
Dalla fine del 2022 e dall’irruzione di ChatGPT nelle nostre vite, l’intelligenza artificiale (IA) sta rivitalizzando e trasformando l’economia. Si prevede infatti che gli investimenti necessari fino alla fine del 2030 per l’implementazione dell’IA saranno sette volte1 superiori, in dollari costanti, a quelli della rivoluzione di Internet. In Europa, dove questa dinamica è limitata dalla scarsità di operatori di portata mondiale, il riarmo militare imposto da Trump aggiunge però un altro driver di crescita. In tutto l’emisfero settentrionale, il moltiplicarsi degli eventi meteorologici estremi e il fallimento della politica di riduzione delle emissioni di anidride carbonica impongono ingenti programmi di investimento per adeguarsi a queste condizioni estreme. Tali investimenti costituiscono tre ulteriori e graditi driver di crescita per l’economia globale. Contemporaneamente, il ciclo geopolitico, diventato più bellicoso, continua a far aumentare i prezzi del petrolio e dei suoi derivati, a destabilizzare le catene di produzione e a portare al potere leader politici favorevoli alla riduzione dell’immigrazione: l’inflazione ha il vento in poppa. I prossimi anni potrebbero quindi essere caratterizzati da forte crescita nominale, alimentata da una crescita reale dinamica e da un’inflazione resiliente. Quali vantaggi si possono trarre da questo cambiamento del regime economico?
Il percorso economico che si sta delineando sotto i nostri occhi è molto diverso da quello dei due decenni precedenti, caratterizzati da crescita stagnante, inflazione molto bassa, tassi di interesse persistentemente bassi e un inesorabile aumento del debito pubblico, che solleva sempre più interrogativi sulla sua sostenibilità. Mentre si profila la possibilità di una crescita globale soddisfacente, una riflessione anticonformista su questo tema porta alla seguente domanda: se crescita debole, inflazione bassa e tassi bassi sono stati accompagnati da un’impennata del debito pubblico, una crescita più sostenuta, accompagnata da un’inflazione resiliente e da tassi di interesse più elevati, non potrebbe forse offrire una buona occasione per ridurre il debito? L’esperienza recente illustra questa possibilità. Dal picco pandemico del 2020, il debito pubblico mondiale è passato dal 100% al 93% del PIL globale nel 20242, in un contesto caratterizzato da un’inflazione elevata e da una forte crescita reale. Un po’ di storia economica ci conferma che molti paesi sviluppati hanno registrato una riduzione del debito alla fine dei “Trenta Gloriosi”, periodo caratterizzato da inflazione e da una lunga fase di forte crescita. Più vicino a noi, si sono osservati altri casi di riduzione del debito, in Spagna, in Italia o in Svizzera intorno all’anno 2000, quando entrambe le componenti della crescita nominale, inflazione e crescita reale, erano contemporaneamente sostenute.
La dinamica di questi processi di riduzione del debito è relativamente semplice: il rapporto debito/PIL diminuisce quando la crescita nominale supera in misura sufficiente il costo medio del debito per assorbire il deficit primario3. Resta quindi da impedire l’impennata delle aspettative di inflazione per contenere i tassi di interesse. È proprio ciò che è accaduto dopo la pandemia di Covid. Alcuni paesi europei, in particolare l’Italia e la Spagna, hanno prolungato le dinamiche di riduzione del debito fino ad oggi, grazie a una crescita reale rimasta solida, a un’inflazione che si è mantenuta resiliente e a un deficit pubblico che si è ridotto. In questo sono stati aiutati dai tassi di riferimento della Banca Centrale Europea (BCE), che erano bassi rispetto alle dinamiche di crescita e di inflazione di questi due paesi: tassi “troppo bassi”, ma mantenuti stabili, hanno dimostrato la loro efficacia. La Francia ha seguito un percorso opposto: la crescita nominale è tornata molto vicina al costo medio del debito, il deficit si è ampliato e il debito sta aumentando vertiginosamente.
Prolungare questi periodi di riduzione del debito richiederebbe un aggiornamento della politica monetaria europea, un parziale abbandono dei riflessi acquisiti durante l’era di bassa inflazione e crescita stagnante, che hanno portato la BCE a fissare l’obiettivo molto arbitrario del 2% di inflazione. Il mantenimento di questa facile ortodossia, persino deresponsabilizzante, rischia oggi di soffocare una crescita potenzialmente forte, guidata da fattori ben identificati senza eliminare l'inflazione, che è diventata in parte strutturale a causa di comprovati cambiamenti demografici e geopolitici. Questo contesto rende inadeguato il limite del 2%. Il mandato della Banca Centrale Europea, incentrato esclusivamente sulla stabilità dei prezzi, impedisce di sostenere un regime di crescita nominale elevata. Il duplice mandato della Federal Reserve statunitense, stabilità dei prezzi e piena occupazione, le conferisce molta più flessibilità nel gestire l’inflazione. Lì, l’obiettivo di inflazione viene superato ogni mese da oltre cinque anni a questa parte4. La crescita cumulata dal 2023 ha raggiunto l’8,0%5 negli Stati Uniti, rispetto a solo il 2,7% nell’Eurozona. Il Vecchio Continente non sta forse perdendo una rara opportunità di crescere più rapidamente e ridurre il proprio debito, a causa della mancanza di un duplice mandato come quello americano o di un obiettivo di ottimizzazione della crescita nominale nel rispetto dell’inflazione?
La revisione del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, finalizzata a modificare il mandato della BCE, è un processo lungo che inizia con la proposta di revisione da parte di uno degli Stati membri. Una proposta del genere avrebbe almeno il merito di avviare questo dibattito cruciale. Le uniche battaglie perse in partenza sono quelle che non si combattono.
1Rapporto tra il dato della Federal Reserve di Richmond relativo al settore TMT e la stima di McKinsey sull’intelligenza artificiale ad oggi. Rivoluzione di Internet 1996-2001.
2Global Debt Database – FMI – settembre 2025.
3Δd0≈(i−g)d+p, dove d è il debito pubblico; i, il tasso di interesse medio sul debito pubblico; g, la crescita nominale (reale + inflazione) del PIL; p, il deficit primario in % del PIL.
4Fonti: Federal Reserve statunitense, BEA, settembre 2026. Inflazione misurata dalla variazione su base annua dell’indice PCE, con l’obiettivo della Fed fissato al 2%. Superamento costante da marzo 2021.
5Fonti: FMI, World Economic Outlook, aprile 2026; BEA; Eurostat. Crescita cumulata del PIL reale nel periodo 2023-2025. Nonostante una politica di bilancio molto dispendiosa, il picco del debito pubblico statunitense risale al 2020.